Il nonno
Carlo
Non lo
conobbi, era perito in un incidente ferroviario all’età di trentacinque anni,
lasciando nonna Teresa, sua moglie, sola con sei figli: tre maschi, mio padre
Francesco e i miei zii Alessandro e Angelo e tre figlie, Luigina, Marianna e
Terenzia.
Una sera,
tornando a casa dopo il lavoro quotidiano, camminava lungo la massicciata della
linea ferroviaria Bergamo - Ponte San Pietro e un convoglio lo investì.
Non ho
fotografie di nonno Carlo, ricordo solo un'immagine, ora sparita, su un loculo
nel cimitero di Curno: un giovane con i baffi.
Il nonno
Ettore
Nonno
Ettore, nato nel 1882 a Capizzone, Valle Imagna, mitica figura della mia fanciullezza, aveva
gli occhi azzurri e la capigliatura bianca. L'ho sempre ricordato così, mai
giovane e mai vecchio.
Il suo
cognome, Capelli, denunciava chiaramente la sua origine valdimagnina.
Non era
molto alto, in compenso aveva un bel pancione, non grosso ma ben arrotondato e
ciò nonostante faceva delle bellissime passeggiate alle quali spesso mi
aggregavo.
Fumava la pipa, masticava il toscano e non passava un
pomeriggio senza la partitina di carte con un buon quartino di vino accanto.
Alcune volte
i "quartini" si susseguivano e il ritorno a casa era vacillante. Non
ho mai visto mia nonna rimproverarlo; lo aiutava a svestirsi e lo accompagnava
a letto. Non succedeva spesso e solo in occasioni eccezionali. Giocava a scopa in coppia con il
suo amico Pasquale, familiarmente chiamato "Paca"; che perdesse o
vincesse non l'ho mai sentito imprecare.
Da giovane,
nonno Ettore, era stato capotreno sul "Tram del latte", una tramvia
che collegava Bergamo con Soresina e che raccoglieva, al ritorno, i bidoni del
latte che le cascine della Bassa preparavano nelle stazioncine disseminate
nella pianura. Proprio perché impiegato in un'industria strategica, era stato
esentato dal servizio militare evitando di partecipare alla prima Guerra
Mondiale.
Successivamente
acquistò un'osteria in via Porta Dipinta, trasformata oggi in ristorante
birreria, Pozzo Bianco, dove per diversi anni sua moglie, nonna Adele, nata
pure lei nel 1882 proveniente da
Polesella, provincia di Rovigo, serviva
ai clienti dell'ottimo vino.
A tal
proposito, anni dopo, ricordo quando ormai adolescente rinvenni nella cantina
della nostra abitazione una vecchia bottiglia polverosa ancora sigillata.
Quando l'aprimmo e assaggiammo il contenuto mio padre si mostrò molto
meravigliato per la splendida conservazione e per il gustoso nettare di Bacco.
Tornando a
nonno Ettore, dopo l'esperienza enologica passò decisamente sul versante
opposto: acquistò una latteria e la gestì sino agli anni '50. In negozio, oltre
mia nonna, si avvicendava anche mia zia, specialmente negli orari pomeridiani.
Al mattino passava il camion del latte, scaricava i bidoni che venivano
travasati in una vasca di lamiera zincata e raccoglieva quelli vuoti del giorno
precedente. Successivamente subentrò in negozio la figlia Linda.
Qualche
volta osservavo il nonno, e qui la sua origine faceva capolino, schiumare il
latte contenuto nella vasca, metterlo in un fiasco e agitarlo a dovere al fine
di farlo diventare burro. Non ne otteneva granché ma sufficiente per la modesta
quantità che mia nonna consumava in cucina.
Oltre al
latte vendeva caramelle e dolciumi e ricordo le scatole di latta che servivano
solo per il recapito da parte dei
fornitori. Il contenuto veniva versato in vasi di vetro trasparente e facevano
bella mostra sugli scaffali, mentre i contenitori erano accumulati nel retro
del negozio.
E proprio la
latta di questi contenitori fornì il materiale per rendere veloce lo slittino
che mio nonno costruì e inchiodandola
sui pattini di legno. Quello slittino durò un solo inverno ma mi permise
di battere in velocità gli altri amici che utilizzavano slittini meno
artigianali.
Le sue mete
pomeridiane erano circoscritte a Città Alta, Castegneta, o la zona dei Torni,
come la trattoria Rapizza fuori le mura di Colle Aperto. In primavera inoltrata
erano di consuetudine, due gite fuori porta: una a San Rocco, sopra Torre
Boldone che veniva raggiunto dapprima con il famoso "Tram rosso" che
collegava Bergamo ad Albino, e successivamente con una camminata di circa
mezz'ora dalla fermata del tram alla trattoria ai piedi della Maresana
La seconda
gita era più lunga e faticosa. Si partiva da Città Alta a piedi e attraverso il
Monterosso si saliva in Maresana sino alla chiesetta e poi, ormai abbastanza in
quota, si raggiungeva la Croce dei Morti dove si trovava una trattoria
circondata da un bellissimo bosco che rinfrescava l'ambiente. Si faceva
"merenda" sui tavolini all'aperto e, mentre il nonno iniziava le sue
partite a carte con altri avventori, io gironzolavo nel bosco circostante o
scendevo nella cantina, accessibile dal retro della trattoria, per scolarmi
" a sbafo" una bottiglietta di gassosa. In queste peripezia furtive
ero accompagnato da un amichetto che abitava poco distante dal mio appartamento
in Città Alta.
Il nonno era
una persona di poche parole, burbero nei modi ma sempre ben disposto verso i
nipoti che abitavano nei vari appartamenti di cui era composto l'edificio dove
risiedevamo in via Porta Dipinta, di fronte alla chiesa del Pozzo Bianco.
Bastava il suo sguardo per calmare eccessi di dispute o di capricci.
Ero il
nipote maggiore e per lunghi anni l'unico della famiglia per cui ebbi,
probabilmente, maggiori attenzioni da parte sua rispetto agli altri che mi
seguirono nel dopoguerra.
Festeggiò il
cinquantesimo del suo matrimonio in un ristorante di Città Alta, oggi chiamato
"Il Gourmet", attorniato da parenti e amici; conservo una bella
fotografia di quell'avvenimento.
Ebbi la
fortuna di averlo presente, accompagnato da nonna Adele, al mio matrimonio;
pochi anni dopo se ne andò e mia nonna sopravvisse pochi anni dopo la sua
scomparsa.
Era una
bella coppia.
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